Il materiale dell’esperienza estetica, essendo umano – umano in connessione con la natura di cui è una parte – è sociale. L’esperienza estetica è una manifestazione della vita di una civiltà, un mezzo per promuovere lo sviluppo, ed è anche il giudizio definitivo sulla qualità di una civiltà.
John Dewey, Arte come esperienza

L’arte è politica? L’arte è politica. O meglio, per dirla con Dewey1, “L’arte bella è un dispositivo di sperimentazione impiegato per l’educazione. L’arte esiste per un uso specializzato: un nuovo addestramento delle modalità percettive”2. Fra questi due enunciati equivalenti non c’è molta differenza, ma comprenderne la congruenza richiede di fare un passo indietro. È necessario, infatti, ristrutturare l’interrogativo di partenza nella maniera in cui Dewey lo avrebbe più probabilmente posto.

Il contributo da cui è tratta la citazione contenuta in apertura, pubblicato in origine sul Journal of the Barnes Foundation, è spesso confuso con il capitolo nove di Esperienza e natura, suo omonimo, nel quale Dewey tratta per la prima volta il tema dell’arte in relazione al compimento dell’esperienza. La scelta di citare il Journal, prendendo in considerazione una fonte meno conosciuta ed estesa rispetto a Esperienza e natura, è peculiare. Entrambe le pubblicazioni3 risalgono al 1925, a breve distanza l’una dall’altra, seppure quella utilizzata qui è successiva. Ma questa scelta è resa importante dal fatto che Dewey, nel secondo Esperienza, natura e arte, ponga l’arte al centro del discorso, senza più coinvolgerla solo in funzione di delineare una definizione generale di esperienza e del suo rapporto con la natura4. La filosofia estetica di Dewey trova il suo felice compimento in Arte come esperienza. Se in Esperienza e natura Dewey affermava “[…] l’esperienza ha i suoi equivalenti nel talento e nell’abilità del buon carpentiere, del buon navigatore, del buon medico, del buon capo militare: l’esperienza è l’equivalente dell’arte”5, e dunque che l’arte è solo uno degli equivalenti dell’esperienza, Arte come esperienza sancisce l’unicità della forma esperienziale che essa stessa incarna. L’arte è ciò che permette di compiere un’esperienza estetica, ovvero una modalità dell’esperire – o meglio, una qualità – perfezionata e integrata nella vita quotidiana6. “In un’esperienza specificamente estetica sono dominanti caratteristiche che in altre esperienze risultano attenuate; assumono le caratteristiche subordinate – ossia quelle in virtù delle quali l’esperienza è un’esperienza integrale […]”7. Così l’arte – unico tramite per un’esperienza completa – riprendendo la forma utilizzata da Dewey in Esperienza e natura, “equivale” all’esperienza estetica. Giunti a questo punto, l’interrogativo iniziale – l’arte è politica? – subisce una torsione, trasformandosi in un’altra domanda: l’esperienza estetica è politica? Ma affinché la metamorfosi deweyana giunga a compimento, è necessario soffermarsi su un dettaglio tanto piccolo quanto centrale. L’arte, per Dewey, è uno strumento. A partire da ciò, ci si può infine chiedere: l’esperienza estetica ha una funzione politica?

È imperativo, prima di rispondere al quesito che ci siamo posti, fare una precisazione. Parlare di una “funzione politica” – o, più in generale, di qualsiasi funzione dell’arte – pretendendo al contempo di rimanere fedeli all’estetica di Dewey, implica la necessità di evitare ogni semplificazione funzionalista. Con questo termine si intende l’interpretazione riduttiva secondo cui l’arte possiederebbe valore solo in quanto mezzo per il raggiungimento di uno scopo esterno ad essa: educativo, politico, morale o ideologico. Né il sottoscritto, né tantomeno Dewey, intende considerare l’arte come un veicolo dipendente da contenuti specifici. In questo senso, il potenziale dell’arte non risiede in ciò che dice, ma in ciò che fa. “L’esperienza è il risultato, il segno e la ricompensa di quella interazione tra organismo e ambiente che, quando raggiunge la pienezza, si trasforma in partecipazione e comunicazione”8. Il contatto con l’ambiente, dunque, è il fondamento stesso della possibilità di fare esperienza in maniera completa. Ritrovare questa connessione significa riaccedere alla realtà, superando le fratture tra interno ed esterno, il disequilibrio tra agire e subire, ritornando a vivere pienamente9. Solo in questa cornice può emergere l’autenticità dell’esperienza estetica, come forma integrale e dinamica di essere nel mondo. Inoltre, non è un caso che proprio nella partecipazione e nella comunicazione – esiti di un’esperienza piena, come scrive Dewey – si riconoscano i tratti distintivi della vita democratica. Il filosofo insiste a più riprese sul fatto che la democrazia non è un assetto istituzionale statico, ma un processo continuo, un modo di vivere fondato sulla cooperazione e sull’interazione tra soggetti e ambiente. In questa prospettiva, l’esperienza estetica non è marginale, ma strutturale, in quanto coinvolge l’individuo in un rapporto attivo con ciò che lo circonda, avendo un riscontro nella sfera pubblica. Se la democrazia necessita di cittadini capaci di interagire con il mondo in maniera riflessiva e partecipe, allora ogni esperienza estetica vissuta non solo insegna una forma di vita sensibile, ma lo è già in sé10. L’arte, nella visione di Dewey, non predica la partecipazione: la esercita. Non propone un modello di convivenza: lo mette in atto. In definitiva, la funzione politica dell’esperienza estetica non si misura in termini di contenuto11, ma di effetto. Rafforzare la capacità di fare esperienza significa rafforzare la democrazia.

[1] John Dewey (1859 – 1952) è stato un filosofo e pedagogista statunitense, figura centrale della filosofia pragmatista insieme a Charles S. Peirce e William James. La sua riflessione ha spaziato dalla teoria dell’educazione alla filosofia politica, dall’estetica alla logica, sempre muovendosi all’interno di un impianto concettuale fondato sull’esperienza come processo dinamico e situato. L’elemento caratterizzante che distingue il pragmatismo di Dewey dai pragmatismi di prima generazione di Peirce e James consiste fondamentalmente nell’intenzione di legare processi che hanno carattere istituzionale con il contesto sociale, ricercandone l’origine in dinamiche fisiologico-esistenziali.
[2] John Dewey, Esperienza, natura e arte, p. 45, Mimesis, 2014 [ed. originale 1925]
[3] Ad ulteriore precisazione, Esperienza e natura, il saggio contenente il capitolo intitolato Esperienza, natura e arte, è una pubblicazione estesa che, nella sua ultima edizione italiana (Mursia, 2018), conta più di 300 pagine. Esperienza, natura e arte, da cui è tratta la citazione all’inizio di questa trattazione, è un articolo pubblicato in una rivista accademica specializzata in estetica.
[4] Experience and Nature è l’opera in cui Dewey fonda il proprio naturalismo empirista, cercando di superare la dicotomia tra soggetto e oggetto tipica della tradizione moderna. L’esperienza, in questo contesto, non è né un fatto meramente psicologico né una costruzione ideale, ma la modalità principale attraverso cui l’organismo è in relazione costante con l’ambiente.
Cfr. John Dewey, Esperienza e natura, Mursia, 2018 [ed. originale 1925]
[5] John Dewey, Esperienza e natura, p. 255, Mursia, 2018 [ed. originale 1925]
[6] Comprendere appieno le caratteristiche dell’esperienza estetica implica tornare alla questione da cui prende avvio Arte come esperienza, ovvero “[…] ripristinare la continuità dell’esperienza estetica con i processi normali del vivere” (Arte come esperienza, p. 37). L’arte, per Dewey, non è un dominio separato dalla vita ordinaria, ma il luogo in cui si realizza in forma compiuta una qualità dell’esperire già presente nel quotidiano: quella in cui vi è equilibrio dinamico tra l’azione e la ricettività. È proprio questo equilibrio, per cui l’esperienza non è frammentata, a costituire il nucleo dell’estetico. “In breve, nella sua forma l’arte realizza l’unità propria di quella relazione tra fare e subire, tra uscite ed entrare di energie, che fa sì che un’esperienza sia un’esperienza (estetica)”.
John Dewey, Arte come esperienza, p. 72, Aesthetica, 2020 [ed. originale 1934]
[7] John Dewey, Arte come esperienza, p. 78, Aesthetica, 2020 [ed. originale 1934]
[8] John Dewey, Arte come esperienza, p. 49, Aesthetica, 2020 [ed. originale 1934]
[9] Nel primo capitolo di Arte come esperienza, intitolato La creatura vivente, Dewey delinea i presupposti fondamentali del fare esperienza estetica, ponendo al centro, fin da subito, la relazione con l’ambiente. “La prima considerazione importante è che la vita si sviluppa in un ambiente; non solo in esso, ma a causa sua, interagendo con esso. Nessuna creatura vive solo sotto la propria pelle; i suoi organi sottocutanei sono mezzi per connettersi con ciò che si trova al di là della sua cornice corporea, e a cui per vivere essa si deve conformare, adattandosi e difendendosi ma anche conquistandolo”.
John Dewey, Arte come esperienza, p. 40, Aesthetica, 2020 [ed. originale 1934]
[10] Cfr. John Dewey, Democrazia e educazione, Anicia, 2018 [ed. originale 1916]
Cfr. John Dewey, Il pubblico e i suoi problemi. Un saggio di indagine, Castelvecchi, 2024 [ed. originale 1927]
[11] Ogni forma d’arte che consente un’esperienza estetica autentica da parte del fruitore è, in senso proprio, politica. Non è necessario che essa assuma modalità di artivismo o di militanza esplicita, né che affronti tematiche specificamente politiche.

in copertina: Gian Maria Tosatti, Моє серце пусте, як дзеркало - одеський епізод | Il mio cuore è vuoto come uno specchio - Episodio di Odessa (2020)