Ho conosciuto Enrico Turletti attraversando contesti affini. Mi ha da subito colpita la sua capacità di intrecciare linguaggi diversi, in una ricerca profondamente sensibile e focalizzata sull’interconnessione. Enrico si muove tra arte, tecnologia, filosofia postumana e scienza, esplorando attraverso pratiche postmediali il modo in cui ci relazioniamo con gli altri esseri. Si interessa a come le tecnologie plasmano la nostra coscienza e le nostre conoscenze. In questa conversazione abbiamo parlato di relazioni ecologiche, galline, suoni, nonsense e narrazioni speculative, ma anche di come l’arte possa aprire spazi in cui immaginare altre forme di relazione, vita e possibilità.
Sara Fray: Il tuo lavoro esplora la relazione tra umano, ecologia e tecnologia con un approccio transdisciplinare e speculativo. Da dove nasce questa necessità? C'è un immaginario filosofico, artistico o biografico che alimenta la tua ricerca? Come nasce tutto e cosa ti motiva?
Enrico Turletti: Nasce innanzitutto dalla curiosità e dalla passione verso il nostro ambiente, le altre forme di vita, gli altri organismi viventi e non viventi. Curiosità di capire in che mondo viviamo, come lo percepiamo e ne creiamo un nostro pensiero, una nostra immagine e una nostra idea. Sono molto interessato alla tecnologia e all'ecologia intesa come studio delle relazioni che si formano tra gli esseri che vivono in uno stesso ambiente, che condividono la stessa casa.
La lettura che ha influenzato di più la mia ricerca artistica è stata Come pensano le foreste di Eduardo Kohn, un saggio di antropologia che esplora il rapporto tra i Runa - una popolazione che vive in Amazzonia - e la foresta. Osserva la maniera in cui il luogo in cui vivono e le relazioni che hanno con gli alberi e gli altri animali influenzano ogni aspetto della loro vita quotidiana e del loro modo di pensare. È stata una lettura che mi ha particolarmente interessato ed è stata un punto di partenza. Per formazione scolastica, invece, sono sempre stato più incuriosito dalla tecnologia e da altre discipline scientifiche. Quindi ho cominciato interessandomi all'aspetto relazionale tra noi umani e la tecnologia, e poi questo interesse si è esteso ad esplorare il rapporto tra tutto il mondo vivente, quindi: tra noi, la tecnologia e l'oltre l'umano. Senza fare distinzioni tra vivente e non-vivente, tecnologia e non-vivente. Parte da una curiosità verso queste tematiche, poi tutto il resto si forma in divenire: facendo letture, guardando, ascoltando e vivendo a contatto con ciò che mi circonda.
SF: Negli anni Settanta, in Europa, l’ecoarte era un campo in cui si intrecciavano arte, ecologia e trasformazione sociale. Credi che oggi esista una continuità o una rottura tra le sperimentazioni attuali con i nuovi media ed ecoarte, e quelle pratiche pionieristiche?
ET: Una differenza che vedo tra l’approccio attuale e le pratiche passate è che negli anni Settanta c'era l'idea di voler decentrare l’umano, mantenendo tuttavia una separazione tra esso e la Natura. In questa maniera continua a proliferare la dicotomia tra Umano e Natura, una Natura vista come elemento romantico, di cui spesso ci si sofferma sulla parte formale - ossia sulla bellezza delle forme della natura e sui sentimenti che queste generano in noi. Mancava forse l’aspetto di rompere con l'idea di parlare di natura come una cosa altra, una cosa diversa. Oggi non vedo questa distinzione: ne facciamo parte. Probabilmente da un lato si assiste a un utilizzo del non-umano come strumento, dall'altro emerge la tendenza a raccontare il non-umano, a vedere un abete non come oggetto ma come soggetto, provare ad entrare nel suo punto di vista e far esperienza dell’essere-un-abete. Vedo la distinzione nell’entrare in un'ottica postumana, nell’approdare a un pensiero non antropocentrico, ma di ibridazione.
SF: Tu come gestisci, nella tua pratica, la tensione tra la tendenza a strumentalizzare il non-umano e l’obiettivo di costruire una collaborazione reciproca tra specie?
ET: Non vedendo il non-umano come qualcosa di diverso o come un oggetto di studio, ma come un altro essere diverso da me con cui posso entrare in relazione. O meglio: siamo già in relazione, si tratta di riscoprire e rinforzare quella relazione. Non c'è distinzione di cosa presenti a una mostra e ciò che vivi nella vita di tutti i giorni. Un esempio è il lavoro realizzato in collaborazione con Lorenzo Peluffo intitolato Gallus Gallus. Diario di 10 notti d’agosto, in cui abbiamo cercato di instaurare una relazione proficua con le galline che abitano nella mia casa, una relazione non basata su una produzione alimentare, bensì focalizzata sul capire come quell'essere vive e si rapporta con il mondo. Per evitare una strumentalizzazione, non dobbiamo concepire l'essere coinvolto come un oggetto di studio, non dobbiamo chiederci se sia intelligente o abbia coscienza o meno. In qualunque situazione in cui ti trovi coinvolto con un altro essere, che siano piante o scoiattoli, si tratta di fermarsi, osservare attivamente e provare a rinforzare la relazione con essi.
SF: In opere come Concerto breve per piante da appartamento, la pianta non è un medium passivo: i suoi segnali bioelettrici generano suoni che partecipano alla creazione dell’opera. Come definiresti il ruolo della pianta in queste collaborazioni? È un interlocutore cosciente, un co-autore, o qualcosa di radicalmente “altro”?"
ET: Tutte e tre le forme, umano, tecnologia e pianta, generano un suono che rappresenta la collaborazione tra le parti. La pianta è quindi sia interlocutore che co-autore, contribuisce alla generazione alla stessa maniera in cui lo facciamo noi e la tecnologia. Non c'è chi conta di più e chi meno, si pongono tutte e tre le parti sullo stesso livello.
Ci si potrebbe chiedere, però, cosa interessi alla pianta di generare la musica… In questa sorta di nonsense, ci trovo uno spunto interessante di Gianni Rodari che, in Grammatica della fantasia, spiega come le pratiche del nonsense siano forme di appropriazione della realtà che permettono di non subire il mondo così com’è, ma di appropriarci delle parole e degli oggetti. Suggerisce di utilizzarli in modi che non hanno senso per il modo in cui siamo stati abituati a concepirli, per la realtà che ci siamo costruiti. Queste sono tutte occasioni in cui creare uno spazio per la collaborazione con altri esseri, utilizzando forme di nonsense. Un altro collegamento che trovo è quello con ciò che ha scritto Donna Haraway in Manifesto Cyborg in cui parla sempre di appropriazione ma riferita agli oggetti, alle biotecnologie, a come il capitalismo utilizzi questi strumenti biotecnologici per i propri scopi e il proprio profitto. Lei suggerisce di appropriarci di questi strumenti per utilizzarli in modi diversi e per scopi diversi. Questo genera un senso di nonsense perché vivendo all'interno del mondo, per come ce lo siamo costruiti, concepire una collaborazione di questo tipo con le piante genera un certo senso di rottura. Gli strumenti tecnologici per il monitoraggio di biodati - relativi all’attività fitoelettrica e fitonervosa - sono strumenti normalmente utilizzati per scopi di profitto, per il miglioramento dell’efficienza della filiera produttiva. Li usiamo sulle piante per fare qualcosa che non genera nessun profitto, anzi, spinge verso una direzione narrativa, di collaborazione e di ibridazione simbolica con questi altri esseri diversi: dando vita a un unico essere.
SF: Perché scegli il suono e la musica per esplorare relazioni interspecie? Che ruolo ha l’ascolto nel decostruire gerarchie umano/vegetale?
ET: Ci sono due motivi: uno di carattere pratico e uno di carattere concettuale. Il primo riguarda l’interesse di Lorenzo Peluffo per la materia sonora. Quando abbiamo iniziato a lavorare assieme cercavamo dei compromessi, ed è stato quello sonoro la strada che ci ha incanalato assieme. La motivazione più concettuale è che il suono, rispetto all’immagine, è meno didascalico. Il suono è qualcosa che stimola l'immaginazione, lo trovo molto suggestivo. Entra subito in contatto con il cervello. Ognuno ascoltando un suono può creare una propria immagine nel cervello. Uno stesso suono viene associato a due soggetti diversi: uno stesso miagolio lo associamo a gatti di colore diverso a seconda della nostra esperienza. Lo trovo interessante per la componente suggestionale e immaginativa. Anche l'immagine è interessante ma è difficile utilizzarla con questo scopo prettamente finalizzato alla stimolazione immaginativa, rende più difficile attribuire all'osservatore un ruolo attivo.
SF: Diresti che la tua pratica è radicale? O volta ad incentivare delle trasformazioni? Quanto è invece pura sperimentazione?
ET: Direi entrambe le cose sullo stesso livello, sono spazi di nonsense e spazi utopici. Gianni Rodari spiega come l'utopia valga tanto quanto il pensiero critico: sia un'altra forma di pensiero, un generare mondi diversi rispetto a quello a cui siamo abituati. Le nostre pratiche sono modi per provare a costruire degli spazi in cui esperire delle realtà differenti. Con Concerto breve per piante da appartamento o Gallus Gallus non ho la finalità né penso di avere la forza d'urto tale da poter influenzare il modo di vivere di un'altra persona che vede il lavoro. Penso che provare tu stesso a cercare di vivere in un modo differente rispetto a come siamo abituati, come società, possa fare la differenza. Quindi è sia curiosità e interesse verso le tematiche, sia verso un aspetto politico. Peluffo, forse, non vorrebbe inserire l'elemento politico ma per me è così. Io sono molto interessato alle teorie dei sistemi, al biocentrismo e al pensiero postumano.
SF: Nei tuoi progetti spesso il fruitore agisce all’interno di un ecosistema condiviso, basato sull’alleanza e sulla “riscoperta altruistica delle relazioni”. Secondo te, l’arte può trasformare una pratica relazionale in un modello concreto di comunità? È qui, nel gesto artistico, che si annida la possibilità di re-immaginare legami sociali ed ecologici?
ET: Credo che un'opera o una pratica artistica possano essere un modo per pensare, immaginare e raccontare un'idea diversa rispetto alle concezioni che abbiamo, quindi per immaginare delle relazioni diverse. Il risvolto nella nostra vita quotidiana è quello di essere più attivi, rIcettivi e propensi a riscoprire e rinsaldare le relazioni con gli esseri con cui ci troviamo a vivere.
SF: Immagini quindi sia possibile trasformare attraverso l’esperienza estetica la nostra relazione con l’ambiente e gli altri esseri?
ET: In Concerto simbiotico abbiamo monitorato attraverso dei sensori sia i dati riguardanti le piante che i dati delle persone che venivano a provare l'installazione. Alcune persone ci hanno detto di aver vissuto un’esperienza profonda, che ha aperto in loro qualcosa di nuovo. Questo tipo di esperienza si può legare al modo in cui l'esperienza estetica ha la possibilità di cambiare il modo di vivere le relazioni in cui siamo coinvolti. Leonard Bernstein lo diceva con la musica: perché un brano del Settecento è ancora ricordato oggi mentre altri sono dimenticati? Aldilà della forma e della costruzione, secondo Bernstein è perché sono brani che fanno provare un certo tipo di emozione all’ascoltatore. Quindi, oggi credo che per giungere all’ideazione di una proficua esperienza estetica in grado di poter trasformare le relazioni che abbiamo si debba pensare congiuntamente alla suggestione creata dall’opera e all'elemento emotivo che sorge in chi ne fruisce.
SF: Lavori come Natura Immortale o ECOPHYLLa, si basano su narrazioni speculative: poter immaginare modelli di società più intrinsecamente ecologica o collaborativa. Questa visione è un atto di ottimismo e speranza o un modo per esplorare, senza illusioni, il limite delle nostre possibilità?
ET: La prospettiva ottimistica è sicuramente presente. Non mi piace la visione apocalittica del: “ci estingueremo?”. La vita esiste da 3.5 miliardi di anni, non siamo la specie più numerosa e il mondo andrà avanti tranquillamente senza di noi. Catastrofizzare, introiettando una visione negativa, continua ad accentrare tutto su noi umani: ricadiamo nuovamente in una narrazione antropocentrica. Dobbiamo cambiare il nostro modo di stare al mondo, come lo concepiamo. Mi piace ragionare di più su una visione ottimistica e di riscoperta, di fioritura: provare a immaginare altre situazioni. Natura Immortale, come anche ECOPHYLLa, sono lavori in cui non mi interessa che ci siano incoerenze, che ci siano elementi in antitesi o contrasto rispetto a ciò che dico. Per esempio, in ECOPHYLLa l’idea primaria è di creare un sistema economico in cui il valore non sia basato su una materia fisica, come l’oro, ma sia fondato sulla salute delle piante, salute che migliora grazie alla nostra cura e intervento. Ci sono degli elementi di contrasto: l'economizzazione della pianta, immaginare una relazione in cui la pianta non è autonoma ma ha bisogno del nostro intervento... Essendo una narrazione speculativa, la visione è ottimistica ma convivono altri elementi in contrasto. Invece, nel caso di Natura Immortale l’idea è la relazione tra una pianta e l'intelligenza artificiale che ha lo scopo di rendere immortale la pianta manipolando continuamente il suo genoma a seconda dei cambiamenti nell’ambiente. Si può pensare alle conseguenze che potrebbe avere un sistema del genere. Si tratta di una collaborazione proficua tra esseri. Essendo la tecnologia neutrale, questa assume un segno positivo o negativo a seconda di come viene utilizzata. Ma che sia positivo o negativo, l’altro lato della medaglia esiste sempre. Sono contrasti che ci sono e che mi piace mantenere.
SF: Mi interessa molto questo fattore di sospensione di incredulità che si crea nel momento in cui ci si interfaccia con le narrazioni speculative. Lo trovo molto arricchente, soprattutto in un periodo in cui, come ci dice Mark Fisher, non riusciamo neppure ad immaginare qualcosa di nuovo. Lo trovo un modo per ritrovare un contatto con la realtà, quello di alimentare la capacità di immaginare altro al di fuori dei sistemi socio-economici che ci confinano.
ET: Sì esatto, e come dicevamo prima non deve neanche avere l’intenzione di voler cambiare il mondo, che forse era l’intenzione che si aveva negli anni Sessanta e Settanta, ma si tratta di applicarlo in primis su sé stessi, ed estenderlo magari alla persona con cui ti trovi in contatto. Ultimamente sento parlare di ecologia e di ambientalismo associati spesso a delle pratiche che permettono di soddisfare maggiormente il nostro desiderio etico e morale di essere più ecologici nei confronti dell’ambiente. Non credo però che adottare certe abitudini mi renda più ecologico. Mio padre, ad esempio, non si interessa di ecologia e di ambientalismo, ma coltiva l’orto, si prende cura degli animali con cui viviamo ed è buono con le altre persone. Non è una questione di dieta o pratiche specifiche. È un abito mentale. Come dice Timothy Morton: non devi cercare di essere ecologico, perché sei già un essere ecologico. Se nasci sulla Terra sei un essere ecologico e quando andrai su Marte sempre un essere ecologico rimarrai.
SF: Qual è, in un’ottica più ampia, la direzione del tuo percorso di ricerca?
ET: Un obiettivo è sicuramente quello di ampliare la rete, proseguire a fertilizzare il terreno comune per lavorare assieme ad altre persone. Mi piacerebbe collegare i tanti nodi isolati per far crescere questa nostra rete. Per il resto non voglio spoilerare sui miei futuri progetti, restano cose private, top secret!
[…] sta all’ecologia di reinventare nuove maniere di stare al mondo e nuove forme di socialità. L’ecologia sarà in primo luogo mentale e sociale o non sarà nulla, o comunque poco».
Gregory Bateson, Mente e Natura, Adelphi, Milano, 1984
Se il mondo è connesso […] allora "pensare in termini di storie" dev'essere comune a tutta la mente o a tutte le menti, siano esse le nostre o quelle delle foreste di sequoie e degli anemoni di mare.
Félix Guattari, Le tre ecologie, trad. it. di G. Passerone, Edizioni Sonda, Torino, 1990










