Il nuovo mondo ancora non è qui. Forse il problema sta nel fatto che quello vecchio ancora non è morto. Non sembra mancare molto, eppure il momento non arriva. Sarà forse vero quello che diceva Nietzsche quando affermava che, se il mondo potesse finire, l'avrebbe di certo già fatto? Tutto sommato si direbbe che le uniche cose che possono morire sono gli esponenti viventi della fauna – e se è per questo pure la flora, sebbene sia dotata di maggior resilienza. La situazione cambia se prendiamo in considerazione batteri e virus, figura retorica fondamentale per capire non solo la cultura digitale, ma anche la cultura generale. Ma ormai, giunti a questo punto di sovrasviluppo tecnologico, si potrebbe quasi affermare che la cultura intera (in particolare quella del primo mondo ma non solo) sia di fatto indissolubilmente legata alla tecnologia digitale.
I deliri anarcocapitalisti sognano un mondo in cui l'Uomo non è più nulla più che un parametro. In questo processo di datafication tutto ciò che è solido si dissolve nel cloud, la finanza si fattualizza nel mondo concreto e lo Spettacolo, per quanto retrò possa apparire come concetto, ha sovrastato ogni cosa e preteso con la violenza di avere una posizione di rilievo nella nostra vita, nei nostri pensieri e nel nostro spirito. I rapporti sociali sono definitivamente mediati dalle immagini, come indicava già Debord, mentre l'iperrealtà si è posata come una coperta sopra la realtà corrodendola, come preconizzava Baudrillard. Tutto ciò che un giorno era, ora non è più. Non resta che deserto e silenzio abissale.

Eppure eccoci qui. Magari il mondo non è morto, e magari nemmeno noi. Ma un paio di cose sembrano essere decedute o in decadimento. Da un lato la nostra mente e alcune suoi processi cognitivi, dall'altro la cultura e la comunicazione. Questa morte psicologica ha le sue avvisaglie in ciò che è stato definito brain rot. Ritengo però sia necessaria una specificazione. È probabile che, nel momento in cui scrivo, la prima cosa che viene in mente pensando a questo termine sia quello che è stato definito l'italian brain rot, fenomeno mediatico del momento che si è imposto nel panorama memetico attuale in maniera rapida e prepotente. Tuttavia, quando uso il termine brain rot lo faccio riferendomi piuttosto a profili come @natspone, @barbecuebaconburgereveryday, @tealpickles e @verylovingcat.jpg, i cui contenuti si presentano spesso come montaggi ipersaturi di contenuti demenziali, datamosh e glitch che vanno ben oltre la tipica frittura dei meme deep fried ma ne sono in qualche modo la continuazione. Fenomeni come Bombardiro Crocodilo, Trallalero Trallalà, Brr Brr Patapim e gli altri fanno parte piuttosto di un processo mitopoietico che prende il nome di italian brain rot, ma che io ritengo una definizione ristretta e parziale. Il fatto che stiano venendo sviluppati dei videogiochi i cui personaggi rientrano in questa narrazione è in sé sufficiente a corroborare la centralità mitopoietica di questa corrente1, piuttosto che sottolinearne gli aspetti più strettamente collegati al brain rot.

wjmartmke, 29 luglio 2024

Questi fenomeni ridicoli (sui quali non ho alcuna intenzione dilungarmi, per quanto buffi siano) non fanno che presentare una forma di consumo delle immagini che tuttavia non equivale a una forma di produzione. Di fatto, l'Italian brain rot fa leva sull'approccio che noi abbiamo di fronte ai media, ma non rappresenta gli effetti mentali di questo consumo formalizzandoli. Per farla breve, non si tratta di un'estetizzazione del brain rot ma di un suo corollario. Se bastasse questo a definire il fenomeno, potremmo definire brain rot anche la serie di TomSka Asdfmovie, i remix MLG come Xx_PaRkOuR_LeGeNd_xX, il video Your a wizard harry o addirittura le poesie verbosonore di Hugo Ball2. Se è vero che Dada si è trattato di una risposta alla perdita di senso e valori a seguito della prima guerra mondiale, i fenomeni successivi non sono stati che una riapplicazione digitale di alcune pratiche Dada, Surrealiste e Situazioniste, come indicato già da Valentina Tanni in Memestetica, ma si tratta per l'appunto di un'applicazione formale e non contenutistica, almeno a un livello conscio. Subconsciamente parlando è probabile queste tendenze estetiche non siano che lo strascico di quel decadimento culturale già individuato più di cento anni fa, ma su questo punto non ci dilungheremo oltre. Tornando al brain rot – termine tra l'altro utilizzato per primo da Thoreau nel 1854 –, potremmo ripescare la definizione che ne da l'Oxford Dictionary: "il presunto deterioramento dello stato mentale o intellettuale di una persona, soprattutto come conseguenza di un consumo eccessivo di materiale (in particolare di contenuti online) considerato banale o poco impegnativo". Ma questa definizione ci spiega gli effetti piuttosto che l'aspetto di tale estetica, di cui ci sono esempi che ritengo più calzanti provenire da fuori dall'Italia che prendono lo scrolling come estetica proponendo video i cui montaggi audiovisivi sono accelerati, incalzanti, privi di senso e talvolta rasentano l'estetica della glitch art, senza tuttavia limitarsi a questa.
Per questo motivo ritengo l'Italian brain rot non sia che una forma di mitopoiesi surrealista dal sapore adolescenziale creata con l'AI, che non solo limita ma rende fraintendibile ciò che ritengo essere il brain rot vero e proprio – o almeno che lo allontana dalla definizione che vorrei provare a darne.

Questi risultati estetici potrebbero essere causati da quello che Bifo ha definito "cablaggio cognitivo", ossia la connessione dei processi mentali umani a quelli digitali della macchina. Sebbene inizialmente una tale svolta potesse apparire a tratti utopica, ritengo la colonizzazione del cyberspazio abbia portato a un'accelerazione tale nella produzione di contenuti che supera di gran lunga le nostre capacità di lettura. Sono d'accordo con Bifo quando sostiene che

la mente umana evolve a un ritmo differente da quello della macchina. Per questa ragione l'espansione del cyberspazio implica un'accelerazione del cybertempo che ha effetti patologici sul terminale vivente, perché la mente umana ha limiti fisici, emozionali e culturali che impediscono un rapido adeguamento della psicosfera all'infosfera3

Seguendo questa linea, vorrei affermare che il brain rot, nella sfumatura che io intendo darne, non è che la rappresentazione visuale di questo scarto incolmabile, una via di mezzo tra l'estetizzazione dello scrolling e quella della distrazione. Dubito sia un caso che la concettualizzazione di una tale estetica sia giunta come successione diretta del core-core, altro filone memetico in cui il montaggio di elementi eterogenei viene usato come forma ma il cui contenuto, piuttosto che essere completamente deficiente, mescola momenti toccanti di umanità ad altri più ironici. Sono d'accordo con quanto afferma Angelcism01 quando sostiene si tratti di una poetica dell'estinzione, ma trovo interessante anche l'annotazione di Tanni a riguardo, ossia che si tratta del "punto finale in cui tutte le estetiche convergono, trionfano e collassano"4. Ha senso che dopo una tale compressione non vi sia altro che putrescenza.

young_agamben, 27 novembre 2024

Insomma, quello che io definisco brain rot non si distingue dal resto dei contenuti solo in base alla sua ironia e al suo effetto nel cervello, ma si distingue soprattutto dal fatto che basa la sua estetica formale su questo stesso concetto, che sia ironicamente o artisticamente parlando. Mi trovo in linea con il critico Instagram Taylor Morrison (@weopen) quando, in risposta a un commento di @verylovingcat.jpg in cui gli chiedeva "You think I'm brain rot?", scrive "I think of brainrot as the most sophisticated art on the connection between the human dopamine system and smartphones".
In questo senso, il brain rot non è solo un contenuto che distrugge il cervello, ma una forma di consapevolezza estetica di quel processo. È una parodia lucida e al tempo stesso un cortocircuito visivo ed emotivo, che mette in scena – e sfrutta – la logica neurochimica dell’attenzione digitale.

free_lob0tomy, 29 ottobre 2024

Ma perché è così importante riflettere su questi temi? Perché un montaggio iperveloce, frammentario e al limite del breakcore glitchato in cui compare un cane che rompe un uovo – accompagnato da luci stroboscopiche e un testo 3D in cui si legge "Free Lobotomy" – ha diritto ad essere considerato un elemento culturale degno d'analisi? E dopo quanto lamentato finora, che differenza c'è tra l'esperienza dada-surrealista, la comicità nonsense, il glitchcore, i meme dank e altri con il brain rot?
Oltre alle disquisizioni puramente estetiche, il panorama memetico rientra a pieno titolo nel piano della comunicazione e nella formazione sociale, e la fama estesa di Trallalero Trallalà e via dicendo non è che una conferma di quanto già Tanni aveva intravisto. Ma non si tratta di fenomeni visuali provenienti da quel non-mondo fantasmatico che chiamiamo internet. Non dobbiamo confondere la loro natura prettamente immateriale e visiva come un sinonimo di non-esistenza, non dobbiamo scambiarli per fantasmi nella rete. I meme sono a tutti gli effetti dei virus mentali, che non a caso sono stati già applicati, nella loro forma pre-digitale, dai movimenti d'avanguardia come il Neoismo e successivamente l'Accelerazionismo. Il fatto che ora si tratti di figure composte da pixel non ci deve far desistere dal considerarli tanto reali quanto dotati di agentività, seppure il più delle volte non si tratta che di immagini buffe. Il cyberspazio sarà sì una "allucinazione consensuale di massa", ma forse anche per questo motivo genera degli effetti duraturi sugli utenti che vi si trovano immersi, pure quelli che tendono a considerare l'internet come niente più che luci e colori che escono dallo schermo.

Già nel 1994, la teorica cyberfemminista Sadie Plant proponeva una lettura del cyberspazio che fosse materiale, e non astratta come si tendeva già allora a fare, sottolineando come la sua trasformazione in metafora facesse parte di un progetto patriarcale in cui l'idea viene relegata in uno spazio immaginario lontano, irreale e infattuale, ma questo non è che un sistema per togliere forze all'idea – se una cosa non è reale, che potenza possiede?
La metaforizzazione del concetto di cyberspazio ne depotenzia il senso. È il progetto idealista occidentale e patriarcale di trascendenza della materia per raggiungere uno spazio dell'idea5, una trascendenza a cui si contrappone l'immanenza, così come l'idea che lo spirito sia il corpo e non un suo abitante. Potremmo immaginarci come una specie di mecha, quei giganteschi "robot" guidati dagli esseri umani simili agli Eva di Evangelion (mi si scusi qui per le semplificazioni retoriche). In alcuni anime, l'umano, come fosse l'anima o la coscienza, si posiziona all'interno della macchina venendo però cablato bioelettricamente a quest'ultima. In questa maniera diventa possibile pilotarlo, ma ciò ha un prezzo: i danni subiti dalla macchina verranno percepiti dal suo pilota direttamente sul suo corpo. Dolore e fatica saranno suoi. Il mecha non è che un potenziamento delle possibilità del corpo umano, ma è diverso da una scavatrice o un qualsiasi altro mezzo idraulico.
Nel nostro caso, la connessione alla matrice – "l'interazione puntuale e ripetibile di funzioni algoritmiche"6 – è avvenuta per via logico-ottica piuttosto che tattile, e dunque gli effetti che subiamo si dipanano esclusivamente sul piano biochimico e psicologico (e in misura minore anche biologico e posturale). In opposizione alla congiunzione – "l'incontro e la fusione di corpi rotondi e irregolari che continuamente cercano la loro strada senza precisione, senza ripetizione, senza perfezione"7–, la connessione alla matrice conduce alla totale atomizzazione, alla separazione fra soggetti e soggettività, rendendo impossibile la capacità di percepire gli altri corpi come fossero una continuazione del nostro. Le nostre menti sono connesse all'ambiente elettronico dal quale le informazioni visive ci bombardano e ci plasmano, ma senza una continuità interna. La realtà si dematerializza in un mondo che diamo per scontato sia puramente virtuale e, per tornare a Plant, metaforico. L'essere umano diventa un componente della macchina, dell'automa cognitivo. Ma, a parte le idiozie e le buffonerie, questa macchina sogna, produce visioni oniriche che ne palesano la natura complessa e a tratti infernale.

elderlymovingtechnician, 27 febbraio 2024

In varie situazioni mi sono trovato di fronte a meme in cui non vi era più niente di buffo. La forma rimaneva quella classica che conosciamo, ma in contenuti non lo erano più. In un articolo8, constatando questa svolta formale, ho avanzato l'ipotesi di una post-memetica. Ad affascinarmi particolarmente è il trasbordare dell'immaginario horror all'interno di un campo che si tende ormai a considerare come scherzoso, ironico, giocoso. Senza dilungarci troppo, basti pensare a fenomeni come lo schizogram e quello che un'amica ha definito fentagram, la cui illeggibilità memetica si avvicina al brain rot (e per certi versi ne fa parte) ma, come nei casi citati prima, la sua forma non rispecchia il suo contenuto. Questi fenomeni disturbati horror-based tuttavia danno l'impressione di un subconscio alterato e sofferente, traumatizzato dall'utilizzo incontrollato dell'internet di prima ondata e degli incontri sconvenienti e spiacevoli che vi si poteva fare prima che il Controllo subentrasse nella gestione dei risultati di ricerca. Se ora esistono bot, censori e valutatori dei contenuti, un tempo non vi erano barriere o salvaguardia nei riguardi dei naviganti. Siti come Rotten.com non esistono più, come non su Youtube è diventato impossibile (grazie a dio) trovare video di animali uccisi in maniera brutale e immotivata. Vi è presente insomma un'inconscio tecnologico, le cui scorie scalciano per uscire allo scoperto e svelarsi, e lo fanno anche attraverso la comunicazione memetica che, esplicitamente o implicitamente, tradisce questa base traumatica.
Questo scenario complesso di creature ctonie e schizofrenia secondo me si avvicina maggiormente a ciò che definisco brain rot, se non altro perché ciò che rappresenta, anche se in maniera simbolica, non è che il risultato della psiche sottoposta al bombardamento mediale. Sebbene non credo sia necessario fondare un'estetica del brain rot, ritengo sia centrale il distinguerla per ciò che è, ossia una sorta di tic, un disturbo post-traumatico, un comportamento e un insieme di pratiche audiovisive che possono essere analizzate non solo criticamente ma anche psicologicamente. Sono un sintomo, più che una questione di gusto.
Queste correnti contemporanee non sono che un riemergere di vecchie questioni già poste dall'Accelerazionismo della Cybernetics Culture Research Unit negli anni novanta, con la sua tensione orgiastico-apocalittica nei confronti dello sviluppo del tecnocapitalismo. Seguendo il desiderio di raggiungere una tecnosingolarità in grado di superare finalmente l'Umanesimo e il concetto di Umano, la CCRU sviluppò una serie di pratiche volte appunto ad accelerare tale processo, mescolando la teoria critica, il cyberfemminismo, il lascito delle avanguardie e pratiche al limite della Chaos Magick. Per comprendere meglio il fenomeno non può venire sottostimata l'influenza dell'esoterismo e dell'occultismo, che, come indica Edmund Berger9, sono la base magmatica da cui l'Accelerazionismo emerge – tracce che d'altronde erano già state riscontrate da Stewart Home10 nelle altre avanguardie e da Erica Legalisse11 all'origine dei movimenti anarchici e radicali. In più istanze, tali movimento hanno puntato tutto sulla trasformazione del Reale, seguendo processi quasi alchemici di poeticizzazione del quotidiano che tradivano una certa dose di pensiero magico. Inoltre, molti dei discorsi scritti dalle avanguardie risultavano astrusi per gli esterni, come a dire che soltanto gli "iniziati" fossero in grado di comprendere davvero quale fosse la posta in gioco – e come non bastasse, più recentemente Alessandro Lolli ha fatto un paragone tra l'esoterismo e la cultura memetica12. Vi è in particolare in questi movimenti e in queste culture una tensione nei confronti del Caos primigenio, una forza da scoperchiare e liberare dopo che il controllo (o il Reality Studio) ha fatto tutto ciò che era in suo potere per mascherarlo sotto una falsa linearità temporale e logica. È contro questo One God Universe che la Cripta (il gemello oscuro della Rete) si opponeva, abitata da cybergoths (o K-goths) che lavoravano propagando memi in grado di liberare il Magical Universe dal giogo del logos e delle forze del voodoo capitalista.

Al di là di questi deliri, è interessante prendere come esempio un creepypasta comparso per la prima volta nel 2004, ossia Zalgo. Originariamente nato come détournement di un fumetto, Zalgo rappresenta un'entità del caos, un corruttore di innocenza che è sempre in procinto di emergere. Possiamo trovare una sua descrizione su Urban Dictionary:

To invoke the hive-mind representing chaos.
Invoking the feeling of chaos.
With out order.
The Nezperdian hive-mind of chaos. Zalgo
immagine trovata

Per certi versi, tenderei a considerare questo tipo di meme come un progenitore del più recente "The Fog is Coming", che presenta alcuni similitudini e lo stesso aspetto d'insorgenza caotica e degenerativa. Soprattutto, la sua natura lovecraftiana lo rende in certa misura affine a quanto detto finora sia per quel che riguarda le correnti d'avanguardia che per quanto riguarda i meme.
La prospettiva inumana legata alla tecnologia non era quindi che una sintonizzazione sugli sviluppi più recenti della τέχνη [téchne], ma le sue radici vanno trovate nei movimenti che, dal Futurismo in poi, hanno spinto in maniera più o meno esplicita a un tipo di cesellatura attraverso cui accelerare l'insorgenza della meccanizzazione – a questo proposito, vi è chi afferma, come Srnicek e Williams13, che anche Marx fosse un protoaccelerazionista, vista la sua fascinazione per la tecnologia industriale fusa con il desiderio di superare il Capitale spingendo all'estremo la sua tecnica al fine di liberare l'Umano dal gioco della Macchina.

Nel corso della storia, abbiamo spesso visto come l’evoluzione si nutra delle tensioni interne, dei fallimenti e delle crisi, che non sono mai solo fine, ma piuttosto transizioni necessarie per la creazione di nuovi orizzonti. Così come in natura, dove il ciclo della vita avanza attraverso la morte di alcuni per far spazio a nuovi sviluppi, anche nelle dinamiche sociali e tecnologiche possiamo osservare come l’apparente fine di un sistema o di una visione possa generare la possibilità di un altro, pronto a crescere e trasformarsi.
 Dovremmo provare quindi a immaginare il panorama culturale trattato finora come una carcassa, un cadavere in stato di decomposizione i cui fluidi si riversano nel terreno, nutrendo piante e sciacalli. In modo simile a come scriveva Fritz Hundertwasser nel 1958 nel suo "Manifesto dell'ammuffimento", questo microclima puzzolente ma vitale nasce dal decadimento e cresce dalle fessure in cui prende piede il marcio. Ma in questa morte vi è vita, il trasmigrare di energie. Non esiste, almeno per ora, un nulla cosmico a cui tutto ritorna, un vuoto di non-esistenza che tutto divora e fa sparire. Tutto si trasforma in qualcos'altro. La mia morte è la tua sopravvivenza e viceversa. Il nostro corpo diventa cibo per i vermi. Forse anche la nostra cultura fa la stessa fine, trasformandosi in carcassa. Nelle parole di Ea,

Come l'organismo fisico con la morte non si dissolve nel nulla ma da luogo dapprima ad un cadavere, poi ai prodotti di dissociazione di esso che vanno ad eseguire varie leggi chimico-fisiche, lo stesso devesi pensare approssimativamente per la parte «psichica» dell'uomo: alla morte sopravvive, per un certo tempo, qualcosa come un «cadavere psichico», una sorta di fac-simile della personalità del defunto, che anzi, in certi casi, può dar luogo a manifestazioni varie. Son proprio queste manifestazioni del cadavere psichico [...] che dagli spiritisti vengono ingenuamente assunte come prove «sperimentali» della sopravvivenza dell'anima.14

Ma perché parlare di morte di fronte a fenomeni tecnologici?
Secondo una teoria che sta recentemente spopolando, internet, pur non essendo un'entità vivente, sta di fatto morendo – anzi, è già morto. Con questa affermazione si fa riferimento a un cambio di paradigma sulla strutturazione e la popolazione interna alla rete. Chi ha sviluppato questa teoria non fa riferimento a una morte vera e propria, probabilmente intendendo la morte nel suo senso simbolico, ossia metaforizzandola. Ma visto quanto abbiamo citato di Plant prima (e visto il cunicolo magico dentro cui ci siamo ficcati poco fa) direi di provare a non fare questa differenza, e di non distinguere la vita organica da quella inorganica.

La Dead Internet Theory, sviluppata nel 2021, afferma che la maggior parte delle interazioni che abbiamo in rete siano in realtà gestite da bot e algoritmi, così come i contenuti che vengono creati non sono più un prodotto umano, ma bensì macchinico. Queste costruzioni che imitano l'umano hanno di fatto soppiantato gli umani dall'ambiente elettronico, impedendo anche la possibilità di cercare liberamente i contenuti seguendo quell'approccio da caccia-al-tesoro che un tempo era l'unica modo di navigare. Quell'approccio alla ricerca che in musica si definirebbe digging è stato annullato dal sistema algoritmico di contenuti consigliati, che a loro volta influenzano e vengono influenzati dai nostri gusti facendoci cadere in un loop dalla difficile uscita. La data di questa presunta morte risale al 2017, e alcuni tendono a definire questa ipotesi come una teoria complottista, sebbene ritengo che non vi sia alcunché di complottista in una teoria che, più avanziamo nel tempo, si presenta tuttalpiù come un'analisi del presente.
Ormai, la vita che infondeva energia alle interazioni della rete è stata sostituita dalla non-vita degli algoritmi. La rete come la conoscevamo noi è morta, ma lo è solo perché i residui biologici (o bioelettrici) stanno lentamente scomparendo, mentre quelli che vi rimangono vengono algoritmificati al punto di trasformarsi in data, indistinguibili dalle macchine intelligenti – e l'essere umano non è, in fin dei conti, nient'altro che una macchina intelligente, seppure biologica? Ad ogni modo, ciò che resta di tutto questo non è che il "cadavere psichico" di internet, sia questo il cadavere della struttura-internet (ormai regno algoritmico di bot e AI) o quello della cultura-internet (trasformato in campo di iperstimolazione estetica e brain rot). Ciò che resta dunque potrebbe essere il lascito di quella cultura collaborativa, partecipativa e libera che la colonizzazione del cyberspazio ha privato di ogni potenziale liberatorio a lungo raggio. Una cultura nata nei margini, nei forum, nelle chat room, nei primi esperimenti di software libero e nei blog, che oggi si trova svuotata dalle logiche estrattive delle piattaforme. Eppure, proprio in risposta a questa perdita, nasce l’urgenza di riportare quelle pratiche nel mondo materiale, tra corpi, luoghi e contesti condivisi. Una rigenerazione possibile di quel patrimonio immateriale si gioca oggi soprattutto nello spazio reale, attraverso laboratori, comunità effimere, reti locali e forme di convivenza radicale.

Per certi versi, una possibile rigenerazione applicata è quello che avevamo in mente io e altri colleghi quando abbiamo fondato l'associazione laboratoriale di arte partecipativa Operazioni Artistiche Kairos.
Nato come collettivo, Kairos è stato co-fondato da me, Giacomo Furlan e Francesco B. Niero, ma segue una struttura non gerarchica di partecipanti variabili che si aggiungono alla formazione in base agli eventi da noi organizzati e in base alle nostre e loro necessità. Questa sua strutturazione vuole essere uno specchio della Rete e del suo funzionamento – non a caso, uno dei laboratori che offriamo, forse quello più rappresentativo, è quello di uncinetti irregolari, nel quale la rete diventa sia la forma che il contenuto di ciò che portiamo al pubblico. 
Il nostro caso si tratta di una particolare doppia influenza, poiché tende a recuperare tanto le dinamiche dell'internet quanto quelle dei movimenti d'avanguardia post-situazionisti trattati da Berger e Home. Tuttavia, ciò che noi recuperiamo di internet (struttura collaborativa, anonimato e viralità) sono strategie che a sua volta internet ha recuperato dai movimenti d'avanguardia, in quel punto mediano di storia dell'arte che è rappresentato dalla net.art. Kairos è quindi una continuazione che però ridiventa analogica, che richiede una presenza fisica e non mediata dalla macchina. I meme delle avanguardie, infettando come un virus la nascita e lo sviluppo della Rete, hanno finito per l'infettare anche noi, portandoci alla creazione di un format che s'inspira tanto all'estetica relazionale di Bourriaud quanto agli studi sulla partecipatività nell'arte portati avanti da Claire Bishop.

Ma l'influenza principale ha origini più radicali, per certi versi più politiche anche se influenzate dal mondo dell'arte – un po' come nel caso del Situazionismo, che nel suo rifiuto totale delle arti affondava le sue radici proprio in quel mondo che voleva abbattere (corroborando forse la teoria secondo cui non si può smantellare la casa del padrone usando gli strumenti del padrone, a giudicare dal fatto che le teorie debordiane sono in ogni libro di testo sull'arte).
Il nome della nostra associazione viene esplicitamente da καίρος [kairos], il tempo cairologico che in greco significava "momento giusto o opportuno". καίρος è un tipo di tempo qualitativo, un momenti di tempo nel mezzo, un momento in un periodo di tempo indeterminato nel quale qualcosa accade. Questa sua caratteristica potrebbe accomunare il tempo cairologico, se considerato come uno spazio-tempo, al concetto di liminalità, uno spazio tra gli spazi che non sta né da questa parte né da quella, facendo da zona transitoria se non addirittura da portale tra spazi. Questo collegamento con la liminalità mi viene spontaneo visto l'interesse nato negli ultimi anni in internet per quelli che vengono chiamati liminal spaces, un'estetica che comprende le backrooms e altri fenomeni internet che si sono intensificati con il COVID fino a diventare una delle principali correnti estetico-memetiche del digital assieme al dreamcore e al weirdcore – correnti che non si oppongono formalmente al brain rot ma che, sotto certi aspetti, rappresentano una versione rarefatta di fruizione memetica. La centralità di queste estetiche hanno portato Tanni a sviluppare il concetto di soglia, affermando che al confine tra "il mondo fisico e quello digitale ci sono gli schermi dei nostri dispositivi, che grazie alle connessioni senza fili ci appaiono oggi come dei portali sempre aperti. Internet stessa, dunque, è uno spazio liminale"15.
Ma questa osservazione ci interessa solo in maniera trasversale. Internet è morto: dalla sua decomposizione possiamo recuperare i fiori. È partendo anche da questo presupposto che con Kairos abbiamo deciso di recuperare quei processi e quelle estetiche digitali portandole però fuori, nel mondo reale. Tornando alle nostre fonti d'ispirazione primarie, direi che il grande maestro da cui abbiamo attinto per lo sviluppo teorico della nostra associazione è stato Hakim Bey, in particolare per il suo concetto di T.A.Z., ossia delle zone autonome temporanee che consistono in spazi-tempo antagonisti che, una volta nominati, devono sparire. La loro potenza sta proprio in questa impossibilità di cattura: quando il Controllo ne viene a conoscenza, è già troppo tardi.
Diluendo questa radicalità – o meglio, mascherandola – con Kairos ci proponiamo di creare degli spazi-tempo all'interno del mondo-arte che siano però liberi dalla fissità che solitamente vi si associa. Direi che il progetto si inserisce, anche se solo come riferimento teorico, a un certo tipo di utopismo dal sapore vagamente rivoluzionario, in maniera simile agli esprimenti situazionisti e neoisti riguardanti la trasformazione (a tratti pratica, a tratti magica) del mondo. Kairos è dunque il tentativo di costruire uno spazio alternativo in cui estendere al pubblico queste pratiche comunitarie, una sperimentazione sulla realtà che si è trasformata velocemente in una Zona Temporanea Autonoma in cui far proliferare esperienze creative che si estendessero in maniera memetica, ossia per ripetizione incontrollata, autonoma e reinventiva. La nostra estetica a tratti sembra uscire da internet, ma diventa sicuramente difficile da far rientrare lì dentro, nel ventre corrosivo della Macchina. Non si tratta comunque di un rifiuto di internet nella sua interezza. Il nostro approccio, da un lato, si rifà a quel tipo di recupero degli elementi positivi e/o utili affrontato sempre da Bey16, e dall'altro dal riconoscimento, sempre da parte dell'autore, di aver dato "più spazio alle moderne tecnologie di comunicazione di quanti [avrebbe] dovuto. Ciò che [pensava] fosse una possibilità si è rivelato non esserlo"17 A differenza sua, noi non ci riteniamo dei "luddisti ideologici", ma nemmeno dei tech-positive. Le "macchine malate" sono parte della nostra realtà, ma non vogliamo assumerle come padrone e tantomeno come mediazione tra individui.
Ritengo quindi sia in proprio questo tentativo di recupero degli elementi costitutivi di quanto trattato finora che si può parlare, nel nostro caso, di rigenerazione. Dalla carcassa putrescente di internet, cultura e quant'altro, recuperiamo i residui vitali di cui abbiamo bisogno per poi condividerli. Magari il mondo non verrà salvato, ma comunque la cosa non ci scandalizza. Si tratta di piccoli passi volti a uscire dallo schermo e passare del tempo assieme, sebbene per poco, prima di sparire nel nulla. Quei residui servono a fertilizzare l’ambiente che abitano, lasciando tracce nei luoghi e nelle persone che attraversano.
Quello, o in alternativa a infettare viralmente chi ne viene a contatto, non tutte le contaminazioni sono distruttive, alcune, seppur inattese o disturbanti, possono generare nuovi modi di pensare, di relazionarsi, di vivere.
Ciò che si diffonde rapidamente, ma che nel farlo smonta norme dominanti, attiva nuove possibilità. In questo senso, un virus può essere un’azione micropolitica, una pratica di resistenza o una forma d’arte che contamina l’immaginario e apre spazi per la cura, l’ascolto, la comunità.
La stessa comunità che sembrava internet avrebbe aiutato a crescere ma che in fin dei conti, vista anche la serie di motivi che abbiamo provato a delineare qui sopra, si dimostra uno strumento insufficiente se usato da solo.

[1]     Stanno per uscire non uno ma addirittura due videogiochi sull’Italian Brain Rot, Rivista Studio,
https://www.rivistastudio.com/italian-brain-rot-videogiochi/
[2]     Youtube, Hugo Ball : Karawane, https://www.youtube.com/watch?v=z_8Wg40F3yo
[3]     Franco "Bifo" Berardi, E. La congiunzione, Nero, 2021, p.60
[4]     Valentina Tanni, Exit Reality, Nero, 2023, p.152
[5]     Youtube, Seduced & Abandoned: The Body in the Virtual World– The Feminine Cyberspace, https://www.youtube.com/watch?v=doL9mRMEUGw&t=84s
[6]     Bifo, op. cit., p.27
[7]     Ibidem.
[8]     Moreno Hebling, L'eterno presente monetizzato, Limen Pastiche, https://limenpastiche.com/2024/05/30/leterno-presente-monetizzato/
[9]     Edmund Berger, Flussi sotterranei. Una microstoria di iperstizione e resistenza esoterica, Rizosfera, https://www.academia.edu/32686824/Edmund_Berger_Flussi_sotterranei_Una_microstoria_di_iperstizione_e_resistenza_esoterica
[10]    Stewart Home, Tracce d'occulto nelle pratiche sovversive, appendice a Assalto alla cultura, ShaKe, 2010
[11]    Erica Legalisse, Anarcoccultismo, D Editore, 2020
[12]    Cfr. Alessandro Lolli, La guerra dei meme, Effequ, 2020, pp. 160-173
[13]    Nick Srnicek, Alex Williams, Manifesto Accelerazionista, Laterza, 2018
[14]    Gruppo di Ur, Introduzione alla magia come scienza dell'io, Fratelli Melita Editori, 1987, p.165
[15]    Valentina Tanni, Exit Reality, Nero, 2023, p.193
[16]    Hakim Bey, T.A.Z., ShaKe, 2020, p.136
[17]    Hakim Bey, All'ombra delle macchine malate, ShaKe, 2023, p.103

in copertina: Gian Maria Tosatti, Моє серце пусте, як дзеркало - одеський епізод | Il mio cuore è vuoto come uno specchio - Episodio di Odessa (2020)